« Le vacanze senza una macchina fotografica sono sciupate ». L’efficacia di questa affermazione è sorprendente. Da quando è stata pubblicata in tutti i giornali, sotto una giovane donna dal vestito a strisce, protesa contro il vento con una grossa macchina pronta a scattare, nessuno è più andato in montagna senza la macchina fotografica; e molti ne portano due o tre, per timore che una sola si guasti: gente scrupolosa e previdente. Una macchina col treppiede, da tenere nel sacco, per le visioni panoramiche e i « gruppi d’insieme », e un’altra tascabile, sono generalmente sufficienti, benchè taluno non possa far senza una macchina stereoscopica; ma è una necessità sentita solo da pochi raffinati.
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Sulle fotografie le montagne devono occupare pochissimo posto: sono un pretesto come la chiesa di San Marco per quelli che fanno il ritratto alla moglie con due colombi in bilico sulla mano tesa. Si deve sempre poter vedere, fra una testa e l’altra, il Cimon della Pala o il lago di Misurina, ma soltanto come accessorio quanto basta per aver la prova di esserci stati. L’ambiente ha la stessa importanza di quei teloni sbiaditi, con ombre di scalinate e giardini, che ancora si vedono dai fotografi di provincia.
Ci sono anche coloro che si preoccupano di trovar nuovi soggetti: fatica sciupata! Appena trovati, vengono subito riprodotti all'infinito. Si scopre che lo sbocco di una caverna di guerra alla base della Torre di Toblin incornicia in modo originale le Tre Cime di Lavaredo, e dopo un mese tutti credono che quella caverna sia stata scavata apposta per poter fotografare « artisticamente » le Tre Cime. Gli artisti fotografi sono numerosi, come pure abbastanza vario è il repertorio dei loro soggetti; ma si può garantire che quasi tutti si trovano imbarazzati quando non possono avere in primo piano un crocefisso di legno, con una ampezzana inginocchiata davanti.


Giuseppe Mazzotti, LA MONTAGNA PRESA IN GIRO (Capitolo: Sviluppo della pellicola) L'Eroica 1935